Kiave: "StereoTelling". La recensione

Kiave torna nel 2016 con un nuovo disco: StereoTelling. Un disco pulito, coerente e profondo. Il pregio dello storytelling è la creazione di immagini, il susseguirsi di istantanee, lo sviluppo psicologico di un viaggio che l’artista ti racconta, in cui puoi riconoscerti o meno.



Uno dei punti di forza del disco è l’eterno gioco di contrapposizioni, la certezza nell’incertezza, la libertà di sbagliare, mentre il sound è sempre coinvolgente ed accomodante. Metti le cuffie, chiudi gli occhi, si parte. Piano piano l’immagine si fa più chiara. Si apre con un benvenuto di Fid Mella, sorridi, sei a casa. Kiave si presenta, si pone come somma delle esperienze fatte. Mai autocelebrativo, sempre ironico. Grida “Libertà!”. Ti prende e ti trascina nel suo mondo, portandoti nella sua intimità, nella sua onestà intellettuale. Ti guardi attorno, vedi persone più familiari di altre e tra loro trovi te stesso in diverse vesti: una diversità che si riconferma nelle contrapposizioni immediate di “Vivi ora”, che celebra l’eterogeneità delle idee. Passeggi nella foto, superi i diversi fuso orari, incrociando così tanti visi, così tante vite antitetiche. I diversi flussi del disco trascrivono sullo spartito le note per le danze che si mischiano ad un leggero rumore di catene, quasi impercettibile, ma sai che ci sono e che sarà per te difficile staccartene.
 

È Kiave, ma sei anche tu, e state danzando con i vostri demoni. Attorno a te, con aria di sfida, si susseguono diversi mostri della mitologia e della letteratura, che ballano nel tentativo di evolversi e di diventare qualcosa di meglio. Cambiano le danze, cambia il flow, cambia la Realtà, fino all’arrivo dell’amore, pronto a cambiare, ma sempre col sorriso di chi non si arrende. Si muove sul ritmo sinuoso di “Ci provo” accompagnata dalla voce di Killakat. Il tappeto musicale muta ancora una volta con Gheesa, fino a farsi un po’ più aggressiva, spavalda, all’Infinito, come in un climax di emozioni. Ti porta su. Sale e acqua. Sale l’alcol. Sale la passione. “Bravo Fix, cinque piani senza ascensore”. Le immagini si fanno meno chiare, la luce si abbassa e si diffonde il fumo, che sembra concretizzarsi in figure che sembrano statue. Sono così deboli che sono solo comparse. Il vapore acquista retrogusto di alcol e tabacco di “Rum e sigarette”, sulla lingua sa di paura e determinazione, di amore per le "Cose Buone". Squarcia il buio la voce soave di CRLN, il nuovo membro della famiglia MacroBeats, che canta su una base dello stesso Macro. Pam! Verba volant. Arrivano fluttuanti nell’aria insieme ai loro flow i “Proiettili di ghiaccio”, l’arma invisibile dell’esercito che accompagna Mirko, guidato da Johnny Marsiglia ed Hyst.



La violenza diventa più evidente in “Storia di un impiegato”, potente, stesa da Big Joe. La riflessione si genera e si nutre di se stessa. Troviamo anche un Mirko che si pone di nuovo soggetto attivo, combatte ancora, per gli altri, con la consapevolezza di non poter salvare tutti, ma con la fiducia nella rieducazione, nella rivoluzione di se stessi. L’antitesi termina tra “Domande sbagliate” e giuste, col passato che crea il presente in un letto di Cose Preziose. È storia, è l’odore di vecchia polaroid che torna oggi più adatto che mai. Patrick Benifei accompagna egregiamente il pezzo, dandogli il sapore delle cose genuine. Questo disco è la riconferma di qualcosa di vero, di qualcosa di vivo, di un artista che è prima di tutto un uomo, che rincorre l’obiettivo di “essere quello che suona”.
Eleonora Cannizzaro
Dogg
Ritratto di Dogg
Buona recensione