Mista presenta “Realtà Aumentata” (INTERVISTA)

Mistaman è fuori con un nuovo album. Probabilmente le voci hanno già raggiunto parecchie orecchie ma ora è tempo di smettere di parlare e schiacciare Play. Dopo aver già assaggiato il lavoro con i singoli “Indelebile” e “Non c’è domani”, da oggi “Realtà Aumentata” è disponibile su tutte le maggiori piattaforme digitali e in tutti i negozi di dischi. Le 13 tracce portano la firma del rapper e di mostri delle strumentali come Big Joe, Gheesa, Marco Polo, Fid Mella e Dj Shocca. Durante l’evento di presentazione dell’album, abbiamo incontrato Mista e ci abbiamo scambiato quattro chiacchiere sul nuovo lavoro. È andata più o meno così:
 
Come mai hai scelto di chiamare l’album “Realtà Aumentata”?
 
Il titolo vuole essere una suggestione. La mia idea è che l’artista dovrebbe dare una sua visione della realtà. Mentre vede la realtà e la descrive in qualche modo ne dà una chiave di lettura. In tutti gli artwork ci sono delle griglie verdi che stanno a rappresentare la mia visione della realtà, che va a sovrapporsi e quindi ad aumentare la realtà stessa. Questo era un po’ il mio viaggio. ­­Poi sappiamo che nell’hiphop l’essere reali è un plus, è una caratteristica positiva per un rapper. Quindi è una qualità utile anche un po’ nelle battaglie. Io sono più reale di quanto lo sia tu.
 


Come nasce il disco? E come ti ha ispirato la scena italiana, a cui fai diversi riferimenti?
 
Questo disco nasce da una mia dimensione riflessiva, e anche dalla copertina si capisce che percorro un mio lato un po’ dark. In realtà, molti pezzi nascono da alcune mie riflessioni su quello che sta succedendo nella scena italiana ma non credo si possa dare ai miei testi una lettura negativa. Essendo un album introspettivo sono venute fuori alcuni pensieri che mi giravano per la testa. Tra questi, è emersa una presa di coscienza di quello che sono io rispetto a quello che stanno facendo tanti altri. C’è un po’ di fierezza nell’affermare quello che faccio, a modo mio, e magari nel giudicare un po’ patetico il tentativo di altre persone di voler abbracciare il grande pubblico. Ad esempio in “Se non ti piaccio” dico: Se non ti piaccio non c’è problema, chi mi vuole seguire mi segua. E non devo, e non posso essere un mc che parla a tutti. Bisogna anche essere fieri di dare la propria visione della realtà, che non necessariamente deve coinvolgere tutti. Mi sono avvicinato all’hiphop come a una controcultura, come a un qualcosa che era contro il mainstream e contro la visione collettiva della realtà. In questo album serpeggia l’idea che bisogna essere fieri e coerenti con la propria visione delle cose.
 
Con chi hai collaborato per le produzioni?
 
Il disco è quasi tutto prodotto da Big Joe, ma ci sono anche due beat di Gheesa (tra cui il singolo “Non c’è domani”), con cui ci tenevo a collaborare, Fid Mella, per l’ultima traccia del disco, e Dj Shocca, con cui questa volta ho fatto una cosa diversa dal solito. Per “In fuoco” infatti abbiamo confezionato un beat molto lento. Ho lavorato anche con Marco Polo uno dei  produttori moderni che meglio rappresenta una continuità perfettamente coerente con il passato. Ha prodotto “Mista McFly”, un pezzo nato quando eravamo a New York, nel suo studio. Mi ha fatto ascoltare dei beat pazzeschi, e quando è partita quella strumentale ho pensato che fosse perfetta per le mie punchline malate. Lui mi ha dato la base e io mi sono sentito onorato di utilizzarla, e di aver collaborato con lui. Secondo me è uno dei migliori produttori a livello internazionale.  Con tutti loro ho fatto un lavoro spalla a spalla, sono stato più volte a Palermo, anche per settimane intere a lavorare ai pezzi. Ma ho registrato anche a Milano e Treviso.
 


Una delle tue caratteristiche sono i giochi di parole. Questa volta hai scelto gli inglesismi per i tuoi trick. Come mai?
 
“Lost in translation” è un pezzo abbastanza tecnico. Nei miei album spesso ci sono pezzi in cui prendo un trick e lo declino per tutta la canzone. In questo caso ho giocato con le anomalie che si creano quando leggi una parola inglese in italiano e viceversa. La traccia voleva essere un po’ una critica al fatto che nei pezzi rap italiani ci sono sempre più inglesismi. È vero, anche io ne faccio uso, ma volevo lanciare una sfida agli altri rapper criticando loro voler raggiungere chissà quali obiettivi utilizzando parole che non gli appartengono. Comunque è uno dei pochi pezzi dell’album in cui il concept è così stretto. Rispetto agli altri cd ho voluto essere un po’ più ampio e infilare i trick nelle singole rime perché spesso incanalarsi in concetti molto stretti porta, magari, un risultato estremo ma allo stesso tempo ti fa sacrificare qualcosa, che può essere la musicalità o l’emozione di dire una frase particolare. Per questo sono stato un po’ più largo in questo disco.
 
Come imposti questo tipo di pezzi?
 
È difficile trovare una regola, ma in generale se mi viene una rima che usa un espediente tecnico di solito mi chiedo: “Ok, bella questa rima, ma è possibile fare un pezzo tutto così?”. Spesso la risposta è “no”, qualche volta invece è “proviamoci”. Insomma il procedimento è questo: trovare il trick particolare e declinarlo in tutta la canzone. Poi il livello di lettura successivo è prendere quel trick e renderlo la scusa per dare un senso al pezzo. Per esempio, in “Il Mondo al Contrario” (canzone dell’album “La Scatola Nera”) mi pongo il problema: “E se il mondo andasse al contrario?”. E per spiegare cosa succederebbe uso rime che vanno al contrario. Quindi il concept della rima si espande in tutta la canzone. Per arrivare a questo risultato c’è un lungo periodo di raccolta di tutte le rime che possano c’entrare con quell’approccio lì.
 


Quando inizia il tour?
 
Saremo in tour dall’1 dicembre, annunceremo presto le date!
Francesco